Enzo (a sinistra) con Alessandro Fonseca, proprietario e anima di Fattoria Petreto
Alessandro Manzoni, a un certo punto della stesura de “I Promessi Sposi”, decise di recarsi a Firenze per “risciacquare i panni in Arno” e rendere il suo testo il più fedele possibile alla lingua comune parlata dal popolo in Italia ai suoi tempi.
Oggi accade invece che qualcuno usi l’Arno, letteralmente, per avvicinarsi – enologicamente – non alla lingua di Dante ma ad alcune produzioni vinicole dei nostri cugini francesi. Siamo a Rosano, una frazione del Comune di Bagno a Ripoli, pochi chilometri a sud-est di Firenze: qui sorge la Fattoria Petreto, distante pochi metri dal fiume Arno, con i suoi 12 ettari di vigneti. L’azienda prende il nome dalla natura del suolo dei suoi terreni, caratterizzati da forte presenza di scheletro, con pietre che affiorano in maniera evidente su tutta la superficie vitata. Oltre alle classiche uve del territorio, ossia Sangiovese, Canaiolo e anche un po’ di Merlot per la produzione di vino Chianti Colli Fiorentini DOCG e IGT Toscana, Petreto si contraddistingue per la coltivazione di uve che non ti aspetteresti di trovare in pieno Chianti: Semillon, Sauvignon Blanc, Chenin Blanc e Sauvignon Gris. Questo è il risultato della sfida di Alessandro Fonseca, agronomo e proprietario dell’azienda, che sognava di produrre vini di chiara impronta transalpina, arrivando ad osare con queste uve così diverse da quelle comunemente utilizzate in zona. Ho conosciuto Alessandro nel 2017, durante uno dei miei numerosi viaggi in Toscana. Grazie al mio grande amico Fabio Corti, che ha lasciato la frenesia di Milano e un lavoro importante per una delle più grandi case automobilistiche del pianeta, per andare a lavorare in una cantina a Montespertoli – Poggio Capponi – in cerca di una dimensione più umana che lo portasse a contatto con la natura e i suoi ritmi lenti e cadenzati. In un giorno di inizio estate, dopo aver girato per le aziende di Montespertoli e dintorni, assaggiando Chianti e assorbendo le specifiche che gli regala il territorio, se ne uscì con una proposta delle sue: “Ora, se vuoi, ti porto in un’azienda speciale, così particolare che quando sarai lì ad assaggiare i loro vini, ti sentirai trasportato a centinaia di chilometri di distanza”. Incuriosito e ingolosito oltremisura, naturalmente risposi subito di sì… E via, si parte! All’arrivo mi trovai di fronte a una bellissima cascina del ‘300, a pochi passi dall’Arno, con la facciata completamente ricoperta da un rigoglioso glicine, molto affascinante, che nascondeva una meravigliosa porta in legno antico, da cui uscì Alessandro Fonseca.
L’ingresso di Fattoria Petreto testimonia qualche centinaio di anni di storia
Gli strinsi la mano e iniziammo a parlare dei suoi vigneti, dei suoi vini e dalle sue parole e dagli occhi che brillavano, si percepivano la sua grande passione per il vino e l’amore per le sue vigne, disseminate in quei terreni poveri, tra le pietre bianche che affioravano, come se fossero i suoi figli. Oltre ai suoi modi gentili e tranquilli, si intuivano la sua grande determinazione e tenacia. In effetti, gliene è servita molta per realizzare il suo sogno di coltivare quelle uve e produrre quei vini così diversi, così alieni da quei luoghi. Ma Alessandro, grazie al suo enologo e amico di sempre Nicolò D’Afflitto, sapeva ciò che faceva e non mollò mai. E così finalmente nel 1991 iniziò a produrre il vino che più degli altri caratterizzava il suo sogno, “Pourriture Noble”, da uve Sauvignon Blanc, Sauvignon Gris e Semillon, nobilitate dalla botrite in vigna e che affina per un anno in barrique di rovere francese e almeno 18 mesi in bottiglia: un vero muffato in stile francese.
Le vigne che danno origine a Pourriture Noble
Quello che ha permesso l’avverarsi del suo sogno, sono le particolarissime condizioni geoclimatiche di quelle vigne: come si può notare dalle immagini satellitari, le vigne sono a pochi passi dall’Arno, sulla riva sinistra e altrettanto vicina alle vigne, ma sul lato opposto verso ovest, c’è un’alta collina con pareti molto verticali confinanti col vigneto. A settembre, già nel tardo pomeriggio, il sole sparisce dietro la collina proiettando la sua ombra sui vigneti. E questo fa si che si sviluppi naturalmente la muffa nobile, la botrite. Alessandro ne ottiene oro liquido: brillante alla vista, emozionante, incredibilmente buono e molto complesso in bocca, con sentori di zafferano, miele, agrumi, frutta secca, fichi appassiti, fiori gialli, frutta candita, bilanciato da una buona e piacevole acidità che ne compensa perfettamente i sentori dolci. La persistenza del sorso è infinita, regalando sensazioni entusiasmanti al fortunato assaggiatore.
Lo straordinario colore che raggiunge questo vino botrizzato
Ho assaggiato varie annate, fino alla 1998, e col passare del tempo Pourriture Noble sviluppa sentori terziari molto interessanti: dal miele di tiglio e di castagno a note di canfora e incenso, pur senza perdere acidità e piacevolezza.
Di notevole spessore anche gli altri prodotti dei vigneti sull’Arno: Chenin Blanc, Riesling, Sauvignon Blanc e il Chianti DOCG.
Pourriture Noble 1998, il culmine degli assaggi effettuati
Ma la vera forza, la vera particolarità e fonte di soddisfazione enorme per Alessandro Fonseca, è Pourriture Noble: un nobile gioiello che guarda da lontano il Giglio dorato francese, il Fleur de lys, simbolo da sempre di tutte le dinastie regnanti in Francia, ma che indossa con orgoglio il Giglio viola di Firenze.
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